DOMUS, INSULAE E VILLAE

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pangocciole
CAT_IMG Posted on 9/4/2014, 20:15 by: pangocciole     +1   -1




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La domus romana era di pianta rettangolare, solidamente costruita su un solo piano con mattoni o calcestruzzo (impasto di sabbia, ghiaia, acqua e cemento), l'orientamento era verso l'interno. In pratica era racchiusa su se stessa come un piccolo fortino: senza finestre, se non piccole e rare, e poste sempre in alto, e senza balconi.
Cio' significava che gli ambienti prendevano aria e luce dalle aperture del soffitto in corrispondenza dei due principali e spaziali ambienti interni dell'atrium e del peristylium.

Esternamente la domus romana aveva un aspetto rigoroso, lineare le finestre erano poste in alto sulla strada per evitare che dall'esterno potessero entrare rumori e ladri, aperte regolarmente nella muratura esterna, che era spessa e rozza.
L'entrata principale si trovava generalmente su uno dei due lati piu' corti della casa e si affacciava quasi anonimamente sulla strada, ad evidenziare quel volersi distaccare dal "caos" delle vie e il non voler essere troppo d'invito per i ladri.

In epoca imperiale la domus si forni' anche di una seconda uscita di servizio detta posticum posta normalmente sul lato della parete piu' ampia della casa, per permettere il passaggio della servitu' e dei rifornimenti senza ingombrare l'ingresso principale.

VESTIBULUM
La porta era costituita da un alto portone in legno a due battenti con grosse borchie in bronzo; al centro di ogni battente non era raro trovare raffigurata la testa, anch'essa in bronzo, di un lupo che stringeva in bocca un grande anello da usare come batacchio..
ianua
... cosi' come non era raro trovare nelle ville (specie quelle di Pompei) per terra un mosaico con la figura di un cane minaccioso e con la scritta "Cave canem", attenti al cane: erano in tanti nell'Impero romano ad aver fatto questa scelta, considerato che ladri e postulanti erano un problema non secondario.
Dall'ostium, che era la soglia d'ingresso che immetteva direttamente in un corridoio, detto vestibolo vestibulum, che, a sua volta, conduceva alla vera e propria entrata fauces; da qui si passava al cortile interno, detto atrio atrium


ATRIUM
La stanza più importante della casa perché era lì che venivano accolti gli ospiti di riguardo e i clienti che ogni mattina venivano a salutare il loro padrone secondo l’uso della salutatio.
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Un servo chiamato nomenclator li annunciava al suo padrone sussurrandogli il nome all’orecchio.
Il ricco patrizio, in segno della sua benignità , faceva dono della sportula che inizialmente consisteva in un cesto di frutta e poi venne sostituita in una piccola somma di denaro che ammontava a soli 25 assi d’argento

Abbellito da splendidi affreschi e arredata con ampi divani e sedie,spesso con opere d’arte in bella mostra nonché statue di altissimo pregio, l’atrium aveva al suo interno una grande vasca rettangolare chiamata impluvium che raccoglieva l’acqua piovana che cadeva in perpendicolare dall’apertura del soffitto chiamata compluvium.
L’acqua veniva raccolta in una cisterna sotterranea e alimentava la dotazione idrica della casa.


CUBICOLA ( stanze da letto )
Il cubicolo era la stanza da letto, una celletta senza finestre ma arricchita da bellissimi affreschi.
cubicula
All’interno vi era il letto, un armadio a muro e un comodino sul quale si potevano trovare delle anfore, un catino e uno specchio.
Piccole e buie erano camere da letto simili a delle cellette senza finestre alla cui illuminazione provvedevano soltanto delle deboli lucerne che poco evidenziano quei capolavori di affreschi o di mosaici che spesso decoravano queste stanze, e le alae, due ambienti di disimpegno aperti.
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Sulle due ali del peristylium vi erano le camere da letto padronali che erano piu' ampi e luminosi di quelli che si trovavano nelle ali dell'atrio ed erano decorati in un modo preciso: il mosaico sul pavimento era bianco con semplici ornamenti, le pitture alle pareti erano diverse per stile e colore da quelle del resto della casa e il soffitto sopra il letto era sempre a volta.


oecus tricliniare o TRICLINUM
Il triclinio (oecus tricliniare o Triclinium), la grande e sontuosa sala da pranzo, la piu' ampia della casa, dove si tenevano i banchetti con gli ospiti di riguardo.

I triclini erano lussuosi, con affreschi alle pareti e mosaici ai pavimenti.
In epoca imperiale il triclinio fu sostituito come sala per feste e ricevimenti dall'exedra.
La stanza del triclinium era fornita di tre letti, detti triclinari (da qui il nome della sala), su ognuno dei quali trovavano posto tre persone, sdraiate sul lato sinistro col gomito appoggiato ad un cuscino: infatti per i Romani il tre era considerato il numero perfetto.
triclinio
I tre letti, all'interno del triclinio, erano disposti a semicerchio in modo da permettere facilmente il via vai della schiavitu'.
Il letto centrale, il medius lectus, era destinato agli ospiti piu' importanti, tra i quali vi era il personaggio piu' prestigioso in assoluto, che sedeva sulla parte piu' alta, il locus consularius.
I triclini laterali erano chiamati rispettivamente imus lectus, destinato alle persone meno importanti (tra le quali, in segno di umilta' si poneva il padrone), e il sumus lectus, su cui erano gli ospiti di media popolarita'.
Tra i letti triclinari vi era un tavolo che, a seconda della sua forma, assumeva nomi diversi: quello di forma quadrata era detto cilliba e poggiava su tre piedi, quello circolare veniva chiamato mensa, e quello utilizzato per le bevande urnarium.
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Alla fine di ogni banchetto la servitu' provvedeva a rimettere in ordine i letti triclinari sostituendone le lenzuola macchiate, ed a raccogliere dal pavimento i resti del cibo gettato, secondo usanza, in terra durante il pasto.


TABLINUM
Lo studio del padrone che fungeva anche da salotto. La stanza era riscaldata dal braciere e illuminata dalle lucerne ad olio poste sopra grossi candelabri. In questa stanza il padrone conservava l’archivio di famiglia e riceveva i suoi clienti
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Il tablinum aveva gli angoli delle pareti foggiate a pilastri, dei magnifici affreschi parietali. Riceveva luce ed aria dall'atrium da cui era separata da tendaggi, e dal peristylium sul quale si affacciava con un'ampia finestra.

Al centro della stanza si trovava la scrivania sulla quale possiamo notare la presenza di rotoli di carta e di tavolette su cui venivano incise le parole con una piccola stilo di ferro. Poiché non vi erano finestre la luce che illuminava le stanze proveniva esclusivamente dall’impluvium e dal peristilium, il grande giardino interno.

LARARIUM
Era un piccolo altare posto su un tavolo o una colonnina di marmo davanti al quale venivano fatte le preghiere e presentate le offerte ai propri geni tutelari chiamati lari, mani e penati, in cambio della loro protezione.
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Gli antichi romani veneravano i loro avi e molte divinità pagane pertanto ogni famiglia possedeva un lararium.
Naturalmente, i più diffusi erano i Lares familiares, che rappresentavano gli antenati
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L'antenato veniva raffigurato con una statuetta, di terracotta, legno o cera, chiamata sigillum Ogni avvenimento importante era messo sotto la protezione dei Lari con sacrifici e offerte: per esempio il raggiungimento dell'età adulta, la partenza per un viaggio oppure il ritorno di qualcuno, il matrimonio, le nascite.

PERYSTILIUM
Il peristilio, nell'architettura romana era il portico che cingeva il giardino o cortile interno posto al centro della casa, ornato solitamente da alberi da frutto, giochi d'acqua e piccole piscine era contornato da colonne sulle quali si poneva un tetto che si appoggiava alla casa.

http://vimeo.com/68858496
Il peristilio consisteva in un giardino Hortus in cui crescevano con ordine ed armonia erbe e fiori, con sentieri, aiuole (e a volte piccoli labirinti), sapientemente curati dal giardiniere che spesso le sagomava a forma di animali
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era circondato su ogni lato da un portico Porticus generalmente a due piani, sostenuto da colonne sulle quali si poneva un tetto che si appoggiava alla casa.
Il tutto arricchito da numerose opere d'arte, ornamenti marmorei, da affreschi, statue, fontane e oggetti in marmo (vasi, tavoli e panche). Era la zona piu' luminosa, e spesso una delle piu' sontuose, non era raro trovare anche una piscina.
Nel Peristylium affacciavano anche le camere da letto padronali, generalmente a due piani, sostenuti da colonne: lo arricchivano numerose opere d'arte e ornamenti marmorei.
I giardini romani non assomigliavano assolutamente ai nostri. Pur essendo grandi esperti delle bellezze di piante, fiori ed arte da esterno, i romani possedevano, per quanto riguarda le piante, solo poche varietà, giacché la selezione che ha portato alle odierne specie non era ancora iniziata. Inoltre, i canoni estetici dell'antichità erano sostanzialmente diversi dai nostri. Pur apprezzando l'opulenza di un giardino perfetto, ma sterile, l'indole pratica romana prevaleva anche su questo aspetto della villa, facendo accostare alle piante ornamentali numerose colture di alberi da frutta e di ortaggi. Ciò non significa che il giardino di una villa patrizia fosse una piantagione di cavoli o di altro. In sostanza non c'era quella netta divisione che si potrebbe avere oggi in campagna tra il giardino, solitamente ameno alla casa, e l'orto propriamente detto. Lo stesso nome, hortus, andava ad indicare sia la coltivazione prettamente estetica, che quella alimentarmente funzionale che erano sviluppate nei pressi della villa. Un esempio di specie non presente, così come la conosciamo, nei giardini latini è la rosa.
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La produzione delle numerose varietà di rose che si conoscono avrà inizio dopo le selezioni che avranno fatto i Persiani, svariati secoli dopo la caduta dell'Impero d'Occidente. Nell'epoca imperiale l'unica varietà di rosa era quella che oggi chiamiamo "Canina", una corolla con pochi petali legata ancora alla sua origine selvatica. I fiori di bordura erano gli stessi fiori che crescevano spontaneamente nei campi e svariate erano le qualità di piante selvatiche usate per decorazione; more, mirti, oleandri… Con una tale, limitata, scelta delle varietà di specie, e dalla quasi totale assenza di piante esotiche, il giardino romano rischiava di apparire monotono ed uniforme. Il gioco era quindi nello sfruttare questi mezzi di partenza per creare qualcosa di piacevole. Gli specialisti dell'ars topiaria cercavano di rendere movimentato l'ambiente di un giardino operando, non tanto con i colori, ma con la forma delle piante. Erano quindi potate nelle più strane forme e poste in modo da creare diverse sfumature del verde del fogliame, dall'intensità del lauro, all'argento dell'ulivo, alla compattezza dei cipressi fino alla lucida superficie delle foglie di pungitopo.Il resto veniva dagli alberi da frutta che potevano vantare smaglianti fioriture, spesso anche più incisive di quelle puramente ornamentali: si pensi alla bianca fioritura del pesco; albero importato dall'oriente da Lucullo insieme al ciliegio ed ai locali peri e meli; le albicocche, esotiche anche loro, furono importate dall'Armenia. Un elemento indispensabile al giardino dei Quiriti era l'acqua: giochi di fontane e sculture creavano stupendi ninfei, nelle cui acque era coltivato quel tipo di pianta acquatica che chiamiamo proprio ninfea e che esplode in coloratissime fioriture. Nicchie e mosaici ornavano questi angoli, che nelle villae più importanti raggiungevano dimensioni considerevoli (Nel ninfeo della villa di Domiziano ad Albano Laziale, sui colli Albani, è stata ricavata una chiesa nel medioevo). Piccoli ruscelli percorrevano il prato in canaletti di marmo cui erano attribuiti nomi egiziani, euripi, canopi, nili. Nel giardino era essenziale che ci fossero anche animali; soprattutto uccelli ornamentali: pavoni, colombe, ibis, aironi, merli e passeri. Quelli rari erano tenuti in enormi voliere all'interno delle quali passava spesso un corso d'acqua. Nelle villae più raffinate, come quella di Lucullo al Tuscolo, si ponevano dei triclini all'interno delle voliere così che i banchetti potessero essere consumati in un ambiente rilassante e indicativo di agiatezza. Molto più raramente, ce ne sono nella villa di Lucullo al Tuscolo, nei giardini erano presenti delle vasche di itticultura, vere e proprie piscine dove erano allevati pesci commestibili (anche di specie che noi oggi non mangeremmo come le Murene) dei quali i romani erano ghiottissimi.



BIBLIOTHECA
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CULINA
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Si affacciavano sul peristylium anche la cucina culina che, vista la sontuosita' dei banchetti si potrebbe pensare fosse una stanza grande come sullo stile di quelle medievali, invece era il locale piu' piccolo e tetro della casa; uno sgabuzzino occupato quasi tutto da un focolare in muratura, invaso dal fumo che usciva da un buco sul soffitto vista l'assenza di fumaioli, con la presenza di un camino, un piccolo forno per il pane e l'acquaio.
La cucina non aveva comunque una ubicazione fissa; a volte la si trovava anche che affacciava nell'atrium, ma e' caratteristica costante che fosse stata sempre un ambiente piccolo e buio.

Un aspetto comune delle cucine romane erano le casseruole e pentole di rame (o bronzo) fissate sulla parete in bella mostra, con accanto i colini; arricchivano la dotazione degli utensili i pestelli in marmo, gli spiedi, le padelle di terracotta, le teglie a forma di pesce o di coniglio.
Il piano di cottura era costituito da un bancone in muratura dove veniva spianata la brace come in un barbecue; il fuoco si accendeva grazie ad un acciarino a forma di ferro di cavallo che, tenuto per la parte centrale, veniva fatto percuotere addosso ad un pezzo di quarzo tenuto fermo dall'altra mano; da innesco veniva usata una striscia di fungo legnoso del genere Fomes che cresceva sugli alberi e della paglia quando il fungo cominciava a rilasciare il calore ricevuto dalle scintille.
Una volta calda la brace, su questa venivano posizionati sopra dei tre piedi di metallo, come fornelli, dove sopra vi si mettevano le pentole e le marmitte.
Annesso alla cucina c'era il bagno balneus, riservato alla famiglia padronale, e le stanze della servitu' cellae servorum; anche queste non avevano coumque una disposizione fissa (a volte, infatti, si trovavano nella parte dell'atrium).


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La Insula Romana (insulae), letteralmente isola romana (noi oggi diremmo isolato), e' il tipico esempio di casa popolare, dove viveva la grande massa della popolazione.
Le insulae erano sorte nel IV sec. a.C. in contrasto con le splendide abitazioni signorili dall'esigenza di offrire alloggio, entro il ristretto territorio dell'Urbe, ad una popolazione in continuo aumento.
Le insulae sfruttavano, come gli attuali condomini, lo spazio in altezza e nel periodo imperiale raggiunsero e superarono i sei piani, come la famosa insula Felicles che si elevava su Roma come un grattacielo.
Divennero presto il tipo di abitazione più diffuso a Roma, la loro costruzione divenne presto un'attività' lucrosa. La loro struttura era generalmente in legno, ma talvolta potevano essere anche in muratura e gli imprenditori edili, per guadagnare di più, costruivano edifici i più alti possibili, dai muri sottili e con materiali scadenti ed erano del tutto insufficienti per assicurare la necessaria stabilità al palazzo
http://4.bp.blogspot.com/-2d0ZTlcF1OQ/TdP9...00/vidaroma.jpg
I proprietari poi, impararono presto a suddividere i già angusti alloggi in celle ancor più esigue, vere tane, per accogliervi inquilini ancor più poveri. Ogni insula conteneva circa 200 persone.
Tutto questo fece delle insulae abitazioni poco sicure, continuamente preda di incendi e di crolli, ma anche di arricchimento personale
Per esempio, Crasso, il potente banchiere e triumviro, con le insulae accumulò ricchezze favolose e si vantava di non aver mai speso per costruirle: per lui era più vantaggioso acquistare immobili danneggiati (o addirittura crollati) e messi in vendita a basso prezzo, procedere a sommarie riparazioni (spesso, con le stesse macerie del palazzo) e poi affittarli (a prezzi maggiorati). Era diventato famoso, infatti, per la rapidità con cui accorreva sul luogo di un crollo offrendo allo
sfortunato proprietario dello stabile di comprarlo lì stesso, ovviamente, a prezzo stracciato.

Insulae+incendio+definitiva
Anche per le insulae si poteva effettuare una differenziazione in due categorie:
c'erano palazzi di tipo più signorile in cui alloggiava la classe media (funzionari, mercanti, piccoli industriali) forse abbastanza decenti
ed altri di tipo più popolare in cui viveva il proletariato.
insulae
Nei palazzi più prestigiosi il pianterreno costituiva un'unita' abitativa a disposizione di un singolo locatario e assumeva l'aspetto e i vantaggi di una casa signorile alla base dell'insula; nei palazzi popolari, invece, il pianterreno era occupato da magazzini e botteghe, chiamati in generale tabernae, come i "bar" (termopolia), venditori di mercanzia ..., in cui gli inquilini non solo lavoravano, ma vivevano e dormivano, poiché una scala di legno univa la bottega ad un soppalco che costituiva anche l'abitazione dei bottegai (tabernarii).
Dal piano superiore in poi erano ubicati gli appartamenti, di varie dimensioni spesso subaffittati.
L'insula, al centro solitamente aveva un cortile con del verde e una fontana che riforniva gli inquilini.
Generalmente al contrario di oggi le persone più ricche abitavano ai primi piani, mentre quelle meno abbienti nei piani più alti. Difatti ai piani superiori mancava un accesso diretto all'acqua, erano più scomodi per via dell'altezza, e anche più lontani dalle uscite in caso di incendi.
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L'insula comprendeva, riuniti nei cenacula (corrispondenti all'incirca ai nostri appartamenti), numerosi locali piuttosto angusti, areati da finestre che si affacciavano sulla strada, e non destinati a un uso prefissato come quelli della domus: spesso uno stesso locale fungeva sia da camera da pranzo sia da camera da letto.
Gli appartamenti (appunto cenacula) erano per lo più di piccole dimensioni, con stanze strette, buie, fredde d'inverno e calde d'estate: le finestre infatti non avevano vetri erano troppo costosi ma solo sportelli di legno e quindi in inverno bisognava scegliere se morire di freddo o stare al buio.
procedural_street
Le finestre e, se c'erano, i balconi in legno, ingentiliti dai fiori posti dalla povera gente sui davanzali, guardavano nella strada da cui ne ricevevano la luce (molto poca). Tali abitazioni mancavano di tubi di scarico, di gabinetti, di cucine, di riscaldamento. Le grandi fogne di cui Roma andava superba non erano collegate alle abitazioni più affollate e solo gli appartamenti signorili del pianterreno erano collegati all'acquedotto e alla rete fognaria; gli altri erano senz'acqua e senza servizi igienici.
Bisognava fare numerosi viaggi per andare a prendere l'acqua alla fontana pubblica, nella piazza; quanto ai rifiuti, "tutti" i rifiuti, venivano eliminati di notte buttandoli giù dalle finestre, o venivano deposti in cisterne coperte in fondo alla tromba delle scale, dove, periodicamente,venivano prelevate da contadini in cerca di letame o da spazzini.
Si immagini quindi quale fosse il fetore di quelle case e come facilmente vi potessero divampare le
epidemie.
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Il canone di affitto veniva pagato ogni sei mesi, il primo gennaio e il primo luglio. Poiché gli affitti erano cari, i casi di inquilini morosi erano numerosi e di conseguenza erano numerosi anche gli sfratti ogni sei mesi, perciò, le strade di Roma, già affollatissime, si riempivano di una folla di sfrattati che, trascinando con sé i propri miseri averi, si aggirava alla ricerca di un alloggio e non di rado, l'unica soluzione era dormire sotto i ponti.
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Il mobilio tipico della casa plebea è semplice quanto quello della domus, troviamo principalmente:le cassepanche (capsa) usate per conservare sia vestiti che oggetti, dei piccoli letti (cubicula) spesso incassati nei muri, qualche sgabello (scabellum) per sedersi, e un tavolo, e talvolta degli armadi.
Naturalmente i civia non vivevano solo nelle insulae (costruite quasi tutte nell'epoca dell'Impero), anzi la maggior parte del Popolo viveva in case con due o piu' raramente tre piani, destinando il piano terra generalmente, come poi nelle insule, alla conduzione di una o più attività commerciali, e gli altri quali abitazioni di una o due famiglie.

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La Insula Romana (insulae), letteralmente isola romana (noi oggi diremmo isolato), e' il tipico esempio di casa popolare, dove viveva la grande massa della popolazione.
Le insulae erano sorte nel IV sec. a.C. in contrasto con le splendide abitazioni signorili dall'esigenza di offrire alloggio, entro il ristretto territorio dell'Urbe, ad una popolazione in continuo aumento.
Le insulae sfruttavano, come gli attuali condomini, lo spazio in altezza e nel periodo imperiale raggiunsero e superarono i sei piani, come la famosa insula Felicles che si elevava su Roma come un grattacielo.
Divennero presto il tipo di abitazione più diffuso a Roma, la loro costruzione divenne presto un'attività' lucrosa. La loro struttura era generalmente in legno, ma talvolta potevano essere anche in muratura e gli imprenditori edili, per guadagnare di più, costruivano edifici i più alti possibili, dai muri sottili e con materiali scadenti ed erano del tutto insufficienti per assicurare la necessaria stabilità al palazzo
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I proprietari poi, impararono presto a suddividere i già angusti alloggi in celle ancor più esigue, vere tane, per accogliervi inquilini ancor più poveri. Ogni insula conteneva circa 200 persone.
Tutto questo fece delle insulae abitazioni poco sicure, continuamente preda di incendi e di crolli, ma anche di arricchimento personale
Per esempio, Crasso, il potente banchiere e triumviro, con le insulae accumulò ricchezze favolose e si vantava di non aver mai speso per costruirle: per lui era più vantaggioso acquistare immobili danneggiati (o addirittura crollati) e messi in vendita a basso prezzo, procedere a sommarie riparazioni (spesso, con le stesse macerie del palazzo) e poi affittarli (a prezzi maggiorati). Era diventato famoso, infatti, per la rapidità con cui accorreva sul luogo di un crollo offrendo allo
sfortunato proprietario dello stabile di comprarlo lì stesso, ovviamente, a prezzo stracciato.

Insulae+incendio+definitiva
Anche per le insulae si poteva effettuare una differenziazione in due categorie:
c'erano palazzi di tipo più signorile in cui alloggiava la classe media (funzionari, mercanti, piccoli industriali) forse abbastanza decenti
ed altri di tipo più popolare in cui viveva il proletariato.
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Nei palazzi più prestigiosi il pianterreno costituiva un'unita' abitativa a disposizione di un singolo locatario e assumeva l'aspetto e i vantaggi di una casa signorile alla base dell'insula; nei palazzi popolari, invece, il pianterreno era occupato da magazzini e botteghe, chiamati in generale tabernae, come i "bar" (termopolia), venditori di mercanzia ..., in cui gli inquilini non solo lavoravano, ma vivevano e dormivano, poiché una scala di legno univa la bottega ad un soppalco che costituiva anche l'abitazione dei bottegai (tabernarii).
Dal piano superiore in poi erano ubicati gli appartamenti, di varie dimensioni spesso subaffittati.
L'insula, al centro solitamente aveva un cortile con del verde e una fontana che riforniva gli inquilini.
Generalmente al contrario di oggi le persone più ricche abitavano ai primi piani, mentre quelle meno abbienti nei piani più alti. Difatti ai piani superiori mancava un accesso diretto all'acqua, erano più scomodi per via dell'altezza, e anche più lontani dalle uscite in caso di incendi.
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L'insula comprendeva, riuniti nei cenacula (corrispondenti all'incirca ai nostri appartamenti), numerosi locali piuttosto angusti, areati da finestre che si affacciavano sulla strada, e non destinati a un uso prefissato come quelli della domus: spesso uno stesso locale fungeva sia da camera da pranzo sia da camera da letto.
Gli appartamenti (appunto cenacula) erano per lo più di piccole dimensioni, con stanze strette, buie, fredde d'inverno e calde d'estate: le finestre infatti non avevano vetri erano troppo costosi ma solo sportelli di legno e quindi in inverno bisognava scegliere se morire di freddo o stare al buio.
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Le finestre e, se c'erano, i balconi in legno, ingentiliti dai fiori posti dalla povera gente sui davanzali, guardavano nella strada da cui ne ricevevano la luce (molto poca). Tali abitazioni mancavano di tubi di scarico, di gabinetti, di cucine, di riscaldamento. Le grandi fogne di cui Roma andava superba non erano collegate alle abitazioni più affollate e solo gli appartamenti signorili del pianterreno erano collegati all'acquedotto e alla rete fognaria; gli altri erano senz'acqua e senza servizi igienici.
Bisognava fare numerosi viaggi per andare a prendere l'acqua alla fontana pubblica, nella piazza; quanto ai rifiuti, "tutti" i rifiuti, venivano eliminati di notte buttandoli giù dalle finestre, o venivano deposti in cisterne coperte in fondo alla tromba delle scale, dove, periodicamente,venivano prelevate da contadini in cerca di letame o da spazzini.
Si immagini quindi quale fosse il fetore di quelle case e come facilmente vi potessero divampare le
epidemie.
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Il canone di affitto veniva pagato ogni sei mesi, il primo gennaio e il primo luglio. Poiché gli affitti erano cari, i casi di inquilini morosi erano numerosi e di conseguenza erano numerosi anche gli sfratti ogni sei mesi, perciò, le strade di Roma, già affollatissime, si riempivano di una folla di sfrattati che, trascinando con sé i propri miseri averi, si aggirava alla ricerca di un alloggio e non di rado, l'unica soluzione era dormire sotto i ponti.
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Il mobilio tipico della casa plebea è semplice quanto quello della domus, troviamo principalmente:le cassepanche (capsa) usate per conservare sia vestiti che oggetti, dei piccoli letti (cubicula) spesso incassati nei muri, qualche sgabello (scabellum) per sedersi, e un tavolo, e talvolta degli armadi.
Naturalmente i civia non vivevano solo nelle insulae (costruite quasi tutte nell'epoca dell'Impero), anzi la maggior parte del Popolo viveva in case con due o piu' raramente tre piani, destinando il piano terra generalmente, come poi nelle insule, alla conduzione di una o più attività commerciali, e gli altri quali abitazioni di una o due famiglie.

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La Insula Romana (insulae), letteralmente isola romana (noi oggi diremmo isolato), e' il tipico esempio di casa popolare, dove viveva la grande massa della popolazione.
Le insulae erano sorte nel IV sec. a.C. in contrasto con le splendide abitazioni signorili dall'esigenza di offrire alloggio, entro il ristretto territorio dell'Urbe, ad una popolazione in continuo aumento.
Le insulae sfruttavano, come gli attuali condomini, lo spazio in altezza e nel periodo imperiale raggiunsero e superarono i sei piani, come la famosa insula Felicles che si elevava su Roma come un grattacielo.
Divennero presto il tipo di abitazione più diffuso a Roma, la loro costruzione divenne presto un'attività' lucrosa. La loro struttura era generalmente in legno, ma talvolta potevano essere anche in muratura e gli imprenditori edili, per guadagnare di più, costruivano edifici i più alti possibili, dai muri sottili e con materiali scadenti ed erano del tutto insufficienti per assicurare la necessaria stabilità al palazzo
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I proprietari poi, impararono presto a suddividere i già angusti alloggi in celle ancor più esigue, vere tane, per accogliervi inquilini ancor più poveri. Ogni insula conteneva circa 200 persone.
Tutto questo fece delle insulae abitazioni poco sicure, continuamente preda di incendi e di crolli, ma anche di arricchimento personale
Per esempio, Crasso, il potente banchiere e triumviro, con le insulae accumulò ricchezze favolose e si vantava di non aver mai speso per costruirle: per lui era più vantaggioso acquistare immobili danneggiati (o addirittura crollati) e messi in vendita a basso prezzo, procedere a sommarie riparazioni (spesso, con le stesse macerie del palazzo) e poi affittarli (a prezzi maggiorati). Era diventato famoso, infatti, per la rapidità con cui accorreva sul luogo di un crollo offrendo allo
sfortunato proprietario dello stabile di comprarlo lì stesso, ovviamente, a prezzo stracciato.

Insulae+incendio+definitiva
Anche per le insulae si poteva effettuare una differenziazione in due categorie:
c'erano palazzi di tipo più signorile in cui alloggiava la classe media (funzionari, mercanti, piccoli industriali) forse abbastanza decenti
ed altri di tipo più popolare in cui viveva il proletariato.
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Nei palazzi più prestigiosi il pianterreno costituiva un'unita' abitativa a disposizione di un singolo locatario e assumeva l'aspetto e i vantaggi di una casa signorile alla base dell'insula; nei palazzi popolari, invece, il pianterreno era occupato da magazzini e botteghe, chiamati in generale tabernae, come i "bar" (termopolia), venditori di mercanzia ..., in cui gli inquilini non solo lavoravano, ma vivevano e dormivano, poiché una scala di legno univa la bottega ad un soppalco che costituiva anche l'abitazione dei bottegai (tabernarii).
Dal piano superiore in poi erano ubicati gli appartamenti, di varie dimensioni spesso subaffittati.
L'insula, al centro solitamente aveva un cortile con del verde e una fontana che riforniva gli inquilini.
Generalmente al contrario di oggi le persone più ricche abitavano ai primi piani, mentre quelle meno abbienti nei piani più alti. Difatti ai piani superiori mancava un accesso diretto all'acqua, erano più scomodi per via dell'altezza, e anche più lontani dalle uscite in caso di incendi.
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L'insula comprendeva, riuniti nei cenacula (corrispondenti all'incirca ai nostri appartamenti), numerosi locali piuttosto angusti, areati da finestre che si affacciavano sulla strada, e non destinati a un uso prefissato come quelli della domus: spesso uno stesso locale fungeva sia da camera da pranzo sia da camera da letto.
Gli appartamenti (appunto cenacula) erano per lo più di piccole dimensioni, con stanze strette, buie, fredde d'inverno e calde d'estate: le finestre infatti non avevano vetri erano troppo costosi ma solo sportelli di legno e quindi in inverno bisognava scegliere se morire di freddo o stare al buio.
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Le finestre e, se c'erano, i balconi in legno, ingentiliti dai fiori posti dalla povera gente sui davanzali, guardavano nella strada da cui ne ricevevano la luce (molto poca). Tali abitazioni mancavano di tubi di scarico, di gabinetti, di cucine, di riscaldamento. Le grandi fogne di cui Roma andava superba non erano collegate alle abitazioni più affollate e solo gli appartamenti signorili del pianterreno erano collegati all'acquedotto e alla rete fognaria; gli altri erano senz'acqua e senza servizi igienici.
Bisognava fare numerosi viaggi per andare a prendere l'acqua alla fontana pubblica, nella piazza; quanto ai rifiuti, "tutti" i rifiuti, venivano eliminati di notte buttandoli giù dalle finestre, o venivano deposti in cisterne coperte in fondo alla tromba delle scale, dove, periodicamente,venivano prelevate da contadini in cerca di letame o da spazzini.
Si immagini quindi quale fosse il fetore di quelle case e come facilmente vi potessero divampare le
epidemie.
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Il canone di affitto veniva pagato ogni sei mesi, il primo gennaio e il primo luglio. Poiché gli affitti erano cari, i casi di inquilini morosi erano numerosi e di conseguenza erano numerosi anche gli sfratti ogni sei mesi, perciò, le strade di Roma, già affollatissime, si riempivano di una folla di sfrattati che, trascinando con sé i propri miseri averi, si aggirava alla ricerca di un alloggio e non di rado, l'unica soluzione era dormire sotto i ponti.
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Il mobilio tipico della casa plebea è semplice quanto quello della domus, troviamo principalmente:le cassepanche (capsa) usate per conservare sia vestiti che oggetti, dei piccoli letti (cubicula) spesso incassati nei muri, qualche sgabello (scabellum) per sedersi, e un tavolo, e talvolta degli armadi.
Naturalmente i civia non vivevano solo nelle insulae (costruite quasi tutte nell'epoca dell'Impero), anzi la maggior parte del Popolo viveva in case con due o piu' raramente tre piani, destinando il piano terra generalmente, come poi nelle insule, alla conduzione di una o più attività commerciali, e gli altri quali abitazioni di una o due famiglie.
 
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4 replies since 9/4/2014, 20:03   13248 views
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